
Si diventa religiosi entro un contesto culturale
In occasione dei 30 anni del notiziario della SIPR, Psicologia della Religione-news, il Direttore, Mario Aletti riflette sull’evoluzione della disciplina in una intervista a cura di Lucia Montobbio disponibile in lingua Catalana su Flama. Agència Cristiana de Notícies (23 novembre 2025).
Qual è, secondo Lei, lo stato attuale delle pubblicazioni accademiche e divulgative nel campo della religione, in Italia e in Europa?
Una premessa: C’è una rinnovata presenza di temi religiosi sulle scene pubbliche e sui mass media. Al punto che alcuni hanno parlato di “ritorno della religione”. D’altra parte, all’interno di questo rinnovato interesse si può cogliere il progressivo scivolamento dei concetti di religione verso una più indefinita “spiritualità” e l’evanescenza del concetto della trascendenza in una sorta di autotrascendimento individuale dei propri limiti esistenziali. Il “campo della religione” viene allargato alle svariate forme di “spiritualità contemporanea”. Questa spiritualità plurale amplia il numero dei lettori attesi, ma rischia di lasciare in secondo piano la rilevanza della stessa religione. Ciò mi colpisce anche nelle pubblicazioni di area cattolica.
Nelle pubblicazioni divulgative si parla molto spesso di religione per le sue valenze e ricadute sociologiche, politiche, internazionali e sulle mosse vaticane. A volte si incontra una narrazione aneddotica, cronachistica o moralistica ed esortativa; a volte il linguaggio, tendente all’indistinto, al generico e allusivo, sembra inseguire la facile popolarità e l’audience dei social media.
Il mondo accademico –intendo quello delle facoltà universitarie statali – in Italia è generalmente disinteressato all’ambito delle scienze umane della religione. Spesso una pretestuosa rivendicazione di “laicità” accompagna il silenzio sul fenomeno religioso, che sembra ignorato come esperienza umana rilevante. La psicologia della religione è pressoché assente nelle università dei paesi del Sud Europa, mentre riscontra maggiore attenzione nel nord Europa e nei paesi di cultura protestante.
In questi 30 anni, quali sono stati i cambiamenti più rilevanti che ha osservato nella ricezione pubblica e accademica della psicologia della religione?
La vicenda è stata lunga, con i due percorsi paralleli. Da una parte, le successive chiarificazioni a livello epistemologico e metodologico all’interno della SIPR; dall’altra, il progressivo recepimento pubblico, sociale e accademico come organizzazione culturale di rilievo internazionale. L’evoluzione che si è verificata potrebbe suggerire un percorso analogo come risposta alla Sua domanda. Perché anche la religione è un racconto, recepito e poi ri-raccontato, comunicato ad altri come, con qualche somiglianza, deve fare la buona divulgazione.
Quando 50 anni fa, cominciai ad interessarmi della psicologia della religione (cfr. Milanesi & Aletti, Psicología de la religión. Madrid: Ediciones Don Bosco, 1974), ci si doveva confrontare con una duplice diffidenza preliminare. Da una parte gli ambienti intellettuali laici e molti accademici consideravano la psicologia della religione come “roba da preti”, senza una legittimazione scientifica. D’altra parte, gli ambienti religiosi erano molto guardinghi di fronte alla psicologia in generale e temevano uno psicologismo che pretendesse di ridurre la religione e la fede a illusioni infantili.
Si aprì un lungo cammino di individuazione degli ambiti e limiti della psicologia della religione, a partire da una chiarificazione preliminare: la psicologia non tende a spiegare l’essenza, l’origine, o la verità contenutistica della religione (per esempio l’esistenza di Dio). Per i suoi limiti metodologici di indagine empirica, non è in grado di fornire un’ulteriore prova dell’esistenza di Dio, né può negarne l’esistenza riducendola a processi psichici.
Né riduzionistica, né apologetica, la psicologia della religione è quel ramo della scienza psicologica che studia con metodi, strumenti e parametri psicologici, quel particolare atteggiamento vissuto dell’uomo che, nella sua esperienza di vita, si trova a confrontarsi con la tradizione religiosa che incontra nel suo ambiente storico-culturale.
La psicologia non studia, la religione in quanto tale, ma l’uomo credente (o non credente). E l’uomo non è religioso in generale, ma secondo la sua personale vicenda di interazione con la religione che incontra nel contesto a lui contemporaneo. Per fare un esempio: che cosa vuole dire, per la psicologia della persona di oggi, credere in un Dio che si annuncia come una realtà trascendente e personale?
La psicologia della religione è in un certo modo, lo studio della biografia dinamica della religiosità della persona. Perché religiosi non si nasce, si diventa: lungo un continuum di adesioni, di fede, difficoltà, riconversioni, dubbi, conflitti. Sottolineare il divenire religioso comporta anche che ogni acquisizione o posizione raggiunta in questo percorso è dinamica e provvisoria.
La PdR studia proprio la specifica interazione del soggetto con la sua forma religiosa di riferimento. Ciò comporta per lo psicologo conoscere bene la religione e le religioni nel loro contenuto anche teologico, liturgico, organizzativo. Conoscere non significa aderire al contenuto della religione, ma tenere presente che per quella persona quella religione ha una speciale risonanza. Per esempio, lo psicologo non avrà bisogno di essere credente per riconoscere che per il cristiano, credere è una relazione di affidamento ad un Tu personale; e la sua fede non è un “credere che”, ma “credere in”, cioè affidarsi ad una figura paterna.
L’uomo non crea la religione, la trova nell’ambiente. La presenza della religione nella cultura è la condizione indispensabile per la possibilità di divenire religioso.
Si diventa religioso perché qualcuno (altri) in un qualche modo ci ha trasmesso un racconto, un invito, una rivelazione. Noi, in un qualche modo lo abbiamo ricevuto. Ecco proprio quel “in un qualche modo” è il campo della psicologia della religione. Ciascuno ha il suo modo di ascoltare e di narrare il racconto che ha ricevuto dalla sua religione.
La psicologia della religione chiede all’uomo: quale è il tuo racconto su Dio, quale è la tua personale ricezione nella tua storia e nella tua biografia, quale è stata la ricezione del racconto su Dio? Infine. Qual è la tua autobiografia religiosa? Perché credi: attraverso quali vicende, convinzioni, dubbi con quali risorse del tuo mondo psichico?
La rilevanza dello studio psicodinamico della persona religiosa è oggi una convinzione generalmente condivisa tra gli studiosi europei e italiani. Nella fede religiosa l’uomo si confronta con questioni essenziali del suo essere al mondo che sono analizzate proprio dalla psicologia del profondo.
Le diffidenze del passato tra religione e psicoanalisi sono ora lontane. Io stesso, clinico psicoanalista di formazione freudiana, sono stato per venti anni invitato come professore incaricato di psicologia della religione e di psicologia dinamica presso la Facoltà Teologica di Milano.
La rivista Psicologia della Religione-news è anche un notiziario della SIPR. Quanto è importante oggi avere strumenti che tengano insieme la comunità scientifica e offrano uno spazio per il dialogo interdisciplinare?
La SIPR-Società Italiana di Psicologia della Religione è un’associazione culturale senza fini di lucro che dalla sua fondazione, nel 1995, raccoglie qualche centinaio di studiosi tra cui quasi tutti i docenti di psicologia della religione nelle università e negli istituti di scienze religiose. Vi si ritrovano anche studiosi specialisti di altre discipline come psicologi, sociologi, antropologi culturali, pedagogisti e, naturalmente, teologi. Sorprendentemente ampia è la presenza attiva e critica di insegnanti, educatori, operatori pastorali, medici ed assistenti socio-sanitari e animatori di gruppi e attività spirituali. Una piccola quota di iscrizione segnala la volontarietà dell’adesione annuale all’associazione che ha una totale indipendenza: nessun sostegno economico, nessuna appartenenza socio-politica, nessun credo religioso. Esiste un nucleo dirigente, organizzato formalmente come Direttivo. Ma la gestione delle attività sociali e culturali è frutto della partecipazione, vasta ma dinamica, di tanti soci, spesso fedeli fin dalla fondazione. Tutte le collaborazioni sono offerte a titolo gratuito.
Il notiziario Psicologia della religione-news è nato nello stesso anno della Società, assumendo anche il compito di bollettino informativo e di volano delle iniziative ed attività sociali. Stampato in 1000 copie, è inviato gratuitamente a persone, studiosi, istituzioni culturali, centri universitari, ma anche parrocchie od associazioni di ambito religioso che lo richiedano. La copia on line è inviata diffusamente ed è sempre reperibile sul sito stesso della SIPR. (https://www.psicologiadellareligione.org/)
Contenuti e linguaggio sono al livello di una persona di media cultura. Gli autori di articoli, studiosi specialisti, sanno trasmettere il loro contenuto in forme accessibili a tutti. Si rifugge dalla comunicazione facile, popolare ma anche del linguaggio specialistico.
Quali difficoltà o sfide ha incontrato nel mantenere viva una pubblicazione di nicchia come questa? E quali fattori ne hanno favorito la longevità?
Inutile dire delle difficoltà economiche, organizzative ed anche di un iniziale ostracismo di diversi ambienti. Tutto superato dalla generosità di pochi fedeli e convinti collaboratori della prima ora, soci fondatori che si sono costituiti come un gruppo solidale, intorno ad una comune visione epistemologica e metodologica, sostenuta dalla convinzione che per ogni uomo, il confronto con la religione è un’esperienza comunque positiva, qualunque ne sia l’esito finale. Dei miei colleghi io non so dire se tutti credono in Dio. Ma certo tutti credono nella psicologia della religione.
Qualche obiezione e critica toccavano l’approccio epistemologico. Una psicologia della religione autobiografica nel metodo e nelle conclusioni e la possibile transitorietà stessa di ogni attuale orientamento religioso suscitarono le critiche degli “essenzialisti”, quelli che vorrebbero garantire una vita religiosa inattaccabile da critiche, una fede monolitica ed una psicologia delle certezze acquisite, non dell’uomo in ricerca.
La longevità è sostenuta dalla capacità di applicare tempestivamente i parametri psicologici alle sempre nuove esperienze e manifestazioni dell’uomo religioso, in un contesto socio-culturale ed anche simbolico-religioso soggetto a rapide evoluzioni.
Nel tempo la SIPR e il suo notiziario si sono per esempio interrogati sulla “religiosità” delle sette e dei Nuovi Movimenti Religiosi, poi sul fondamentalismo religioso quando la civiltà occidentale ha assistito a eccessi distruttivi perpetrati nel nome di una religione. Più recentemente, la questione della religione degli immigrati, tra identità e pluralismo, le nuove prospettive offerte dalla neurobiologia; l’approccio della teoria dell’attaccamento. Ultimamente ci si sta interessando sull’impatto dell’intelligenza artificiale, sui fenomeni delle Religioni-on-line e la derivata crisi del simbolismo religioso conseguente alla dematerializzazione dei simboli avviato da separazione e distanze imposte dal COVID19
Come vede il rapporto tra pubblicazioni accademiche e mezzi di comunicazione cristiani? C’è spazio per una maggiore collaborazione?
La domanda rivela una preoccupazione o un’amara constatazione. C’è la diffusa percezione di un certo gap tra i due ambiti.
Rimane un compito aperto quello di superare la distanza di contenuti e di forme tra la comunicazione divulgativa, spesso cronachistica, anedottica, senzazionalistica e gli elaborati delle università e delle facoltà di Teologia dove il discorso è elevato ma spesso autoreferenziale tra grandi teologi, e persino il linguaggio si costruisce come un “teologhese”.
D’altro parte, nella divulgazione religiosa e in particolare nell’editoria cattolica, a stampa o on line, sembra necessaria una maggiore selezione delle pubblicazioni e degli enti editori, delle voci degli esperti, dei temi e delle priorità.
Al contrario, esiste una molteplicità di fonti di divulgazione e di pubblicazione che si rivolgono ad un pubblico specifico e limitato, su temi molto particolari, con finalità autoreferenziali. Si va dalle riviste, a volte anche autorevoli, delle singole diocesi, a quelle delle diverse congregazioni religiose, alla varietà dei bollettini parrocchie, dei gruppi di devozione, delle confraternite caritative … Troppo spesso pubblicazioni che disperdono l’impegno e le competenze in una molteplicità di iniziative segnate da particolarismi. Propaganda e proselitismo, spirito competitivo.
Inoltre, nella comunicazione divulgativa religiosa, come nell’elaborazione colta, occorre distinguere, senza nulla escludere, la religione (cristiana) dalle aspirazioni di generica spiritualità. Da molti la spiritualità è intesa come un orientamento, un percorso e un viaggio verso l’autorealizzazione personale ed il benessere psico-fisico, in un contesto culturale di secolarizzazione e di privatizzazione della religiosità Alcuni critici sostengono che la “spiritualità contemporanea” sia egocentrica (costruita sui bisogni di un io narcisistico), marginale e privata (con scarsa incidenza nella sfera ecclesiale sociale e politica), indirizzata e manipolata dalla moda e dal consumismo (verso un bricolage religioso in un mercato di sempre nuove offerte.
In generale c’è spazio ed attesa per una rivista che unisca la divulgazione colta con gli approfondimenti specialistici. Tanto la comunicazione di una ricerca scientifica quanto la sua diffusione dovrebbero mirare ad essere coinvolgenti, critiche ed interroganti, in qualche modo inquietanti: in grado di porre interrogativi, per esempio sulla religiosità/irreligiosità personale e di sottoporre a riflessione critica autobiografica le acquisizioni eventualmente consolidate.
Infine, che augurio o consiglio darebbe a chi oggi inizia a scrivere e pubblicare nel campo della psicologia della religione?
Credo che la risposta sia già implicita nei discorsi precedenti. Come detto, l’approccio psicologico della religione è lo studio del modo in cui la persona si posiziona di fronte a quel «sistema simbolico» che è la religione, nel suo proprio specifico contesto. Si rivela necessaria un’ottica psicodinamica che aiuti i soggetti studiati a rileggere la propria storia religiosa come loro stessi la vivono e se la raccontano.
Per prepararsi a questo campo di ricerca suggerirei di partire dalla propria verità esperienziale. Rivedere la storia e le vicende del proprio essere e divenire religioso. Ripercorrere nella propria autobiografia i percorsi della propria credenza/incredulità. Ciò aiuta a comprendere le acquisizioni, le incertezze, le contraddizioni e le storie personali dei soggetti osservati.
Tutto il resto – e non è certo poco! – suppone questa preliminare disposizione mentale. Certo sarà necessaria una lettura dei maestri della psicologia della religione, classici e contemporanei, e un accostamento ai principali approcci psicologici applicati al fenomeno religioso. Il giovane studioso troverà un aiuto e una guida più articolata nei manuali di psicologia della religione reperibili in tutte le lingue. Una guida a orientarsi in questo è offerta anche dal sito della SIPR (https://www.psicologiadellareligione.org/).
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